Quando la Legge smette di sembrare Giustizia

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Quando la Legge smette di sembrare Giustizia.

Ci sono sentenze che chiudono un processo. E poi ci sono sentenze che ne aprono un altro: quello nella coscienza di un Paese.

La condanna definitiva di Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria è una di quelle vicende destinate a dividere. E voglio essere chiaro fin dall’inizio: non sto dicendo che inseguire dei rapinatori e sparare mentre fuggono sia stato giusto. Non lo penso. La legittima difesa ha dei limiti e quei limiti esistono per evitare che la giustizia diventi vendetta. In casa propria.

Ma il punto, per me, è un altro.

Il punto è chiedersi se la nostra legge riesca ancora a parlare il linguaggio della gente comune. Perché quando un uomo di 72 anni, appena rapinato nel proprio negozio da persone armate, finisce condannato a una pena così pesante, molti italiani non vedono soltanto un imputato. Vedono un cittadino, che nel giro di pochi secondi, ha visto crollare ogni certezza.

La legge deve giudicare i fatti. È vero. Ma la giustizia dovrebbe anche comprendere il contesto umano in cui quei fatti maturano.

Viviamo in un Paese dove chi apre ogni mattina un’attività commerciale convive con la paura di essere derubato, aggredito o peggio. Dove sempre più spesso ci si sente soli. E quando lo Stato arriva dopo, molto dopo, resta una domanda scomoda: dov’era prima?

Non sto assolvendo Mario Roggero. Ha commesso un reato e la magistratura lo ha accertato. Ma mi domando se una condanna di questa portata restituisca davvero il senso della giustizia oppure alimenti quella distanza, ormai enorme, tra la legge scritta e la giustizia percepita dai cittadini.

È questo che mi inquieta.

Perché la sensazione diffusa è che chi vive onestamente debba sempre dimostrare tutto, mentre chi sceglie la criminalità abbia comunque un sistema pronto a garantire ogni tutela. È una percezione che può essere discussa, ma liquidarla come semplice rabbia sarebbe un errore. Le istituzioni dovrebbero interrogarsi sul perché tanti italiani la condividano.

E poi c’è un’altra riflessione.

I politici dispongono di sistemi di protezione, scorte quando necessario, apparati dello Stato che li tutelano per il ruolo che ricoprono. Il cittadino comune, invece, quando abbassa la serranda del proprio negozio o chiude la porta di casa, spesso ha soltanto sé stesso. È da questa differenza che nasce, in molti, un profondo senso di abbandono.

La legge deve essere uguale per tutti. È uno dei pilastri della democrazia.

Ma una legge che non riesce più a farsi comprendere dai cittadini rischia di essere rispettata per obbligo, non riconosciuta come giusta.

Ed è proprio qui che nasce la domanda più difficile.

Non se Mario Roggero fosse innocente.

Ma se lo Stato, oggi, riesca ancora a dare ai cittadini la certezza che la legalità e la giustizia camminino davvero nella stessa direzione.

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