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Dal mio punto di vista — o meglio, da quello che ho studiato a scuola e da tutte le storie, i libri e le informazioni raccolte negli anni — definire l’Italia di oggi “fascista” mi sembra quasi un’offesa alla memoria di chi il fascismo lo ha davvero subito.
Sia chiaro: sono sempre stato e resto profondamente contrario al fascismo. Ma proprio per questo penso che le parole vadano usate con un minimo di cognizione di causa. Perché se chiunque non ci piace diventa “fascista”, alla fine il termine perde il suo significato e la Storia diventa soltanto un’arma da social.
E poi c’è l’altra parola magica: “comunista”.
Quando oggi qualcuno dice «sono comunista», confesso che un sorriso mi scappa. Non perché ci sia qualcosa di divertente nelle idee politiche, ma perché ormai il comunista viene spesso raccontato come una specie di figlio dei fiori degli anni ’70: pace, amore, capelli lunghi e magari una chitarra davanti al falò.
Nel frattempo, la politica italiana continua il suo spettacolo: destra che urla “comunisti!”, sinistra che risponde “fascisti!”, e noi cittadini in mezzo a chiederci se, per caso, qualcuno abbia ancora voglia di parlare di problemi reali.
Perché la politica cambia, gli slogan pure… ma la memoria, quella, non dovrebbe avere partito.
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