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YALDA MOAIERY — QUANDO UNA FOTOGRAFIA FA PAURA
Seguo da giorni la storia di Yalda Moaiery, fotoreporter iraniana. E più leggo, più penso che certe fotografie non siano semplicemente immagini. Sono testimonianze.
Yalda ha passato gran parte della sua vita dietro una macchina fotografica, raccontando guerre, proteste, donne e uomini che spesso non avevano altro modo per far arrivare la propria voce oltre quei confini.
Nel 2022 era stata arrestata mentre documentava le proteste nate dopo la morte di Mahsa Amini. Oggi la storia si ripete, ma con una condanna che lascia senza parole: 15 anni di carcere, inflitti da un tribunale rivoluzionario di Teheran. Le autorità l’accusano di aver agito contro la sicurezza nazionale e di aver favorito interessi stranieri attraverso il suo lavoro fotografico e i rapporti con i media internazionali.
Le hanno sequestrato le macchine fotografiche. E forse è proprio questo il punto. Perché una macchina fotografica, nelle mani di chi racconta ciò che accade, può diventare più potente di mille parole.
Mi immedesimo in lei. E so cosa significa guardare il mondo attraverso un obiettivo, cercando quell’attimo che altrimenti rischierebbe di scomparire.
Per questo la storia di Yalda mi colpisce. Perché una fotografia non dovrebbe mai essere considerata un crimine solo perché mostra una verità scomoda.
Yalda oggi è libera, in attesa del ricorso. Ma la sua libertà è stata riempita di divieti.
E allora penso a lei. A quella macchina fotografica che non può più impugnare. E mi viene da dire soltanto una cosa: continua a guardare, Yalda. Perché finché qualcuno avrà il coraggio di fotografare, una storia non sarà mai completamente cancellata.
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