Ci hanno insegnato a dividerci.

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Ci hanno insegnato a dividerci.

Sinistra contro destra. Progressisti contro conservatori. Comunisti contro fascisti. Come se il destino di un Paese dipendesse soltanto dall’etichetta che ciascuno sceglie di indossare.

Ma mentre discutiamo di colori e bandiere, c’è qualcosa che si sgretola sotto i nostri piedi. La responsabilità.

Perché il problema non è soltanto la politica. Il problema è una società, che troppo spesso, sembra aver smesso di pretendere competenza, organizzazione e professionalità da chi ha il compito di servire i cittadini.

Un ufficio che non funziona. Un’istituzione che arriva tardi. Una giustizia che procede a velocità diverse. Un’informazione che sceglie cosa raccontare e cosa lasciare nel silenzio.

Sono crepe. E le crepe, se ignorate, fanno crollare le case. La vita di una persona non dovrebbe valere in base al clamore che riesce a generare.

Se due persone muoiono nello stesso modo, ma una riempie le piazze mentre dell’altra resta soltanto un trafiletto dimenticato, una domanda diventa inevitabile: stiamo davvero difendendo la giustizia, oppure stiamo scegliendo quale dolore conviene mostrare?

L’indignazione non può essere a intermittenza. La compassione non può avere un colore politico.

La giustizia non può cambiare volto a seconda di chi guarda. Quando selezioniamo le tragedie che meritano attenzione e archiviamo le altre nel rumore di fondo, smettiamo di cercare la verità. Cominciamo a costruire una narrazione.

Ed è proprio lì che nasce il pericolo. Perché la storia ci ricorda, con ostinata puntualità, che ogni volta che una parte smette di ascoltare, di mettersi in discussione e pretende di rappresentare l’unica verità possibile, finisce per alimentare il suo opposto.

Gli estremi non nascono dal dialogo. Nascono dal vuoto lasciato dalla fiducia.

Per questo oggi non mi interessa sapere da che parte stai. Mi interessa sapere se hai ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Perché uno Stato non si misura dalla forza dei suoi slogan, ma dalla capacità delle sue istituzioni di essere credibili. Non dalla propaganda, ma dall’equità. Non dalle piazze piene, ma dalla dignità che sa riconoscere a ogni singolo cittadino.

— BENPHOTOSTORIE

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