Giovanni. Un bambino.

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Giovanni. Un bambino. Uno dei tanti che aveva parlato. Uno dei tanti che aveva chiesto aiuto nel modo in cui solo un bambino riesce a fare: con la paura negli occhi, con i silenzi, con i comportamenti che gridano più delle parole.

E allora io una domanda la faccio. Anzi, ne faccio molte.

Le denunce c’erano. Le segnalazioni pure. Le paure di un padre erano state raccolte. Le fragilità di un bambino erano davanti agli occhi di tutti.

E allora dov’erano gli adulti? Dov’erano quelli che dovevano ascoltare? Controllare? Verificare Proteggere?

Forze dell’ordine. Psicologi. Assistenti sociali. Tribunali. Avvocati.

Possibile che nessuno abbia davvero capito che quel bambino era in pericolo?

Io non sto cercando colpevoli da esibire in piazza. Non mi interessa il processo mediatico. E non voglio riaprire una ferita che non si chiuderà mai.

Ma una domanda resta lì. Pesante. Scomoda. Necessaria.

Come si sentono oggi tutti quei professionisti che hanno raccolto le paure senza riuscire a salvare quel bambino? Dormono sereni? Riescono a guardarsi allo specchio senza chiedersi se avrebbero potuto fare di più?

Perché denunciare non è una vendetta. Chiedere aiuto non è una ripicca. E un bambino non può essere archiviato come una pratica qualunque.

Un bambino si ascolta. Sempre. Anche quando è difficile. Anche quando disturba. Anche quando obbliga gli adulti a prendersi responsabilità che fanno paura.

Il problema non è solo chi fa del male. Il problema sono anche tutti quelli che vedono, ascoltano… e poi voltano lo sguardo.

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