Milano, il poliziotto al PM: “Il pusher mi ha puntato la pistola. Ho avuto paura.”
Milano non dorme mai. Suda. Trema. Stringe i denti sotto le luci al neon e l’odore di asfalto bagnato, mentre qualcuno spaccia morte a piccole dosi e qualcun altro prova, ogni notte, a fermarla con una divisa addosso e il cuore che batte troppo forte.
«Mi ha puntato la pistola. Ho avuto paura.»
Non è una frase da film. È una confessione. È umana. È vera.
E soprattutto non arriva da un criminale, ma da un poliziotto davanti a un PM, in una città, che come tante altre, finge di essere europea, pulita, evoluta — mentre sotto la superficie marcisce.
Chi non ha mai avuto paura non ha mai guardato una canna nera a pochi centimetri dal volto. Chi non ha mai avuto paura non ha mai pensato: “Se sbaglio un secondo, non torno a casa.”
Il pusher non vende solo droga. Vende funerali anticipati. Vende madri spezzate, padri svuotati, ragazzi che diventano statistiche prima ancora di diventare adulti. E quando si sente minacciato, non discute: estrae.
L’Italia lo sa. Lo sanno le città dove i nomi cambiano ma la storia è sempre la stessa. Lo sanno le ambulanze che arrivano troppo tardi. Lo sanno i figli che non torneranno.
E allora no, non è eroismo da copertina. È paura vera. È sopravvivenza. È uno Stato che si presenta davanti al crimine con uomini e donne di carne, non di acciaio.
Chi oggi punta il dito contro quel poliziotto, probabilmente lo fa dal divano, con il telecomando in mano e l’illusione che il male si fermi con un hashtag. La realtà invece è sporca, violenta, imprevedibile. E chi ci sta in mezzo — chi ci mette il corpo — merita rispetto.
Solidarietà a chi ci difende. Milano, Roma, Napoli, l’Italia intera dovrebbe ricordarselo. Prima che ci sia l’ennesimo silenzio a parlare.
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