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Ghiacciaio Beardmore, Antartide, 1985.
Un vento tagliente solleva la neve come cenere bianca, e il silenzio dell’eternità si mescola al respiro affannato degli uomini. Roger Mear si ferma un istante, le dita intorpidite dal gelo stringono la macchina fotografica. Davanti a lui, due figure minuscole nella vastità: Robert Swan e Gareth Wood. Le loro ombre si allungano sul ghiaccio, fragili ma determinate, come quelle di Scott e dei suoi compagni settant’anni prima.
Ogni passo è una lotta contro la natura, contro il freddo, contro sé stessi. Ogni chilometro è una conquista, scriverà Swan. @robertcswan
E in quella frase c’è tutto: il peso del coraggio, la follia della speranza, la certezza che la grandezza umana nasce solo dove nessun uomo vorrebbe trovarsi.
Il ghiacciaio non perdona, ma osserva — immobile, eterno — i pochi che osano attraversarlo. In quell’immagine, congelata per sempre nella luce lattiginosa del Sud del mondo, non ci sono solo tre esploratori.
C’è l’intera storia dell’uomo che continua, ostinato, a inseguire l’orizzonte.
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