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Ricordo bene il 19 dicembre 2012. Quel giorno appresi che @kodak aveva dichiarato fallimento. Non era soltanto la fine di un’azienda: era la morte di un linguaggio universale, di un colore che per decenni aveva accompagnato i ricordi di milioni di persone. Un pezzo di memoria collettiva svaniva nel silenzio. Eppure, prima che la luce si spegnesse del tutto, restava un ultimo rullino di Kodachrome. Trentasei scatti soltanto. Un addio inciso sulla pellicola. Già nel 2009 Kodak aveva interrotto la produzione del rullino, e nel 2010, come un ultimo atto di rispetto, decise di affidare quest’ultimo a un fotografo che con quel colore aveva già, in passato, raccontato il mondo: Steve McCurry. @stevemccurryofficial prese in mano quella pellicola come fosse un testamento. Volò negli Stati Uniti, poi in India, e ogni scatto diventava un saluto, una chiusura di cerchio. Volti, luoghi, dettagli che sarebbero rimasti impressi per sempre. In quelle 36 immagini c’era la fine di un’epoca, ma anche la sua celebrazione. Persino un autoritratto, come se volesse lasciare un’impronta accanto a quella pellicola immortale. Oggi quelle fotografie sono custodite alla @eastmanmuseum di Rochester, negli Stati Uniti. Non sono soltanto immagini: sono l’ultimo respiro di un colore che ha insegnato a generazioni di fotografi a guardare il mondo con occhi diversi.
Io, forse, posso solo immaginare e sognare certe emozioni, avere fra le mani un oggetto ormai di culto, come fosse un testimone fragile, l’ultima voce di una pellicola che ha raccontato guerre, amori, sorrisi e tragedie. Non è stato solo un rullino: ma un’eredità per chi lo ha posseduto. Viaggiare attraverso il mondo, come in un pellegrinaggio. Ogni scatto è stata una scelta irripetibile. Non c’era spazio di errore, non c’era margine per il superfluo. Tornare all’essenza della fotografia stessa: osservare, attendere, ascoltare il momento che chiede di essere custodito in quella fotografia. Con la mia mente volo in India, osservando quegli occhi profondi di una bambina; a New York, tra le rughe di un vecchio jazzista; in Afghanistan, dove un volto femminile svela più della sua storia. Trentasei click. Trentasei frammenti di umanità. Quando l’ultimo scatto si consuma, non è la fine, ma un passaggio verso l’eterno. Il Kodachrome non c’è più, ma resta ciò che ogni fotografia deve custodire: la memoria viva di un istante che non ritornerà.
La pellicola Kodachrome non è soltanto un ricordo: è un’icona che appartiene al passato, ma che non morirà mai. Amata e celebrata dai fotografi per la sua straordinaria qualità cromatica, ha segnato un’epoca che continua a vivere negli sguardi e nelle emozioni di chi ha saputo fissare per sempre. Steve McCurry, pur avendo abbracciato il digitale, non ha mai nascosto la sua predilezione per quella pellicola unica. Nei suoi archivi riposano centinaia di migliaia di scatti realizzati con la Kodachrome, testimonianze di un linguaggio che non conosce oblio. Perché ci sono immagini che non ingialliscono mai: restano, come restano i miti
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